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piertorri
28 giugno 2007
Qualunquismo.
Succede sempre. Ed è successo anche ieri. Eravamo tutti più o meno interessati alle parole di Veltroni, più o meno d'accordo, entusiasti o intimoriti o altro. Non importa. Tuttavia i soloni internauti che non perdono tempo a scrivere di ogni cosa pur di scrivere qualcosa, sono accorsi in massa sotto l'ombrellone della critica di qualunquismo per dire qualcosa contro Veltroni. Sul discorso al Lingotto non si vuole discutere qui, non interessa me che scrivo e me che leggo. E' stato un discorso non vago, ma puntuale, con proposte e fatti, idee e pensieri: cose di cui si può essere o non essere d'accordo. Invece si è tirato fuori il qualunquismo nella sua accezione odierna, cioè di una tendenza a dire e non dire, a non offrire risoluzioni a problemi, a non sbilanciarsi, a parlare navigando nel vago per non scontentare qualcuno e accontetare quasi tutti. Ma anche di questo, poco mi importa.

Mi importa invece ricordare come nacque la parola "qualunquismo", quale fu la sua origine.
Siamo nel 1944, la guerra è lì lì per finire, si iniziano a respirare i primi venti di libertà, il fascismo sembra diventare la pagina nera di una storia nata storta e finita peggio. Nel dicembre del 1944 Guglielmo Giannini fonda la rivista "L'uomo qualunque", volta a riportare alla luce la voce dell'uomo di strada, dell'uomo qualunque per l'appunto, a lungo nascostosi dietro l'ombra del regime. Sembra una svolta democratica, un primo bagliore dopo un periodo buio e fu certamente avvertito così, al punto che il successo della rivista si consolidò fino alle 800 mila copie del 1945. Giannini non era un socialista, era un liberale, non amava la massa, ma di essa o di parte di essa si fece il portatore d'interessi. Accade così che quando divenne  Presidente del Consiglio Ferruccio Parri, "L'uomo qualunque" fece una compagna di contrasto molto forte, al punto che si organizzarono dei circoli di antagonismo al governo chiamati "Amici dell'uomo qualunque" o nuclei qualunquisti. La loro forza era insperata, vivace e capillare, forse perchè raccoglieva il desiderio a lungo latente di fare politica impossibile sotto il regime fascista. Nel giro di pochi mesi la caratura politica e disturbante di questi circoli si fece sempre più evidente al punto da richiedere una riflessione per l'appunto politica, di collocazione politica. L'idea iniziale del fondatore Giannini fu quella di far confluire tutto il movimento nel Partito Liberale, ma il niet di Benedetto Croce fu invalicabile. L'unica altra possibile soluzione era quella di creare un partito nuovo e così fu: nel febbraio 1946 nasce il Fronte dell' Uomo Qualunque. Poche idee ma chiare: nessun intervento dello stato, economia in mano ai privati, liberismo puro, come nelle teorie economiche di Milton Friedman. Con un milione e duecento mila voti, il FUQ diventa in quinto partito nazionale, niente male per un esperimento partito dal basso, seppur con la caparbietà e la lungimeranza di Giannini. L'ispirazione è tuttavia destrorsa, lo si capisce dalle battaglie politiche oltre che dalle idee di base. Continuamente accusato di filofascismo, il FUQ inizia a provare il brivido della decadenza. Quando il FUQ e in particolare Giannini decide di allearsi con De Gasperi per portarsi a casa poltrone e gloria, il movimento inizia a sfaldarsi, fino a sciogliersi qualche anno dopo confluendo in massima parte nel MSI. Finisce qui il Qualunquismo, figlioccio del fascismo, nato forse dalle sue ceneri, ammorbito da aperture verso il mondo non statale, ma certamente radicale in certe sue scelte, sia economiche sia sociali.

Si può leggere qualcosa QUA.

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permalink | inviato da JPier il 28/6/2007 alle 13:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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