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SOCIETA'
6 ottobre 2008
Fascismo è il tema della settimana.


Si è fatto un gra parlare in questi giorni dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema. Il tutto nasce dal film di Spike Lee uscito qualche giorno fa nelle sale italiane. E il problema è stato l'aver rappresentato in scena un partigiano traditore che aiuta le SS a raggiungere il paese e rivoltarlo completamente uccidendo bambini, donne e anziani. Fu strage. Ci fu un processo, che coi tempi italiani si è concluso l'altro giorno. Che poi di questo eccidio di Sant'Anna di Stazzema non se n'è mai parlato poi molto  ein pochi l'hannos tudiato al di fuori dei confini toscani. Generalmente per descrivere quella fase di ricatto tedesco ci si concentra sulla strage di Marzabotto e sulle Fosse Ardeatine.
E poi basta. In queste settimane non si fa che parlare di fascismo: in politica, governo fascista, delitti razziali, collezionisti di busti di Mussolini nel mondo del calcio.



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SOCIETA'
3 ottobre 2008
La querelle Sant'Anna di Stazzema.


In pillole.
Spike Lee fa un film su degli afroamericani eroi.
Eroi dalle nostre parti, in Toscana.
Succede poi che per lanciare il film dice cose un po' superficiali come "I partigiani scappavano e lasciavano i civili indefesi contro i tedeschi". Cose che dice avendo letto giusto il libro da cui ha tratto l'ispirazione per il suo film.
Solo che poi in Italia le cose le si conoscono un po' meglio e ci sono ancora molti partigiani vivi. Il primo ad attivarsi contro Spike Lee è stato Giorgio Bocca:
Spike Lee ha una idea sia pur labile di cosa è la guerra partigiana in ogni tempo e in ogni luogo? E', per l'appunto, ricorrere alla sorpresa, evitare di essere agganciati da un nemico superiore in numero e armi, mordere e fuggire al duplice intento di far del male al nemico e di sopravvivere. Questi sono i fondamentali di ogni resistenza armata, l'alternativa è una sola: rinunciare alla lotta di liberazione, accettare l'attesismo che fa comodo all'occupante.
Abbiamo dovuto scegliere subito, sul campo fra attesismo e lotta armata. Chi c'era allora, sul campo, scelse la lotta armata perché l'attesismo era una falsa alternativa, se si stava fermi e zitti e buoni vinceva il nemico nazista, vinceva il terrore.

Che poi l'inghippo non sono le esternazioni americanate di Spike Lee, ma un fatto raccontato nel film e origine di discussioni infinite dalla notte dei tempi. Nel film la colpa della strage viene data ad un partigiano "traditore" che non avverte dell'arrivo dei tedeschi.
Spike Lee dice di essersi ispirato al romanzo di James McBride, il quale dice:
Chiedo scusa se ho urtato la suscettibilità e la sensibilità dei partigiani. Ma la mia storia è una finzione, una versione romanzata che scrissi dopo una visita a Sant'Anna di Stazzema dove nessuno parlava più dell'eccidio
Quindi la storia è un po' romanzata. McBride si scusa, Spike Lee no "Faccio questo mestiere da ventitré anni, sono un artista che prende i suoi rischi, non è che per delle recensioni negative mi suicidi".
Spike Lee in realtà risponde proprio su Repubblica all'articolo di Bocca, "Caro Bocca, io non sono un suo nemico". Con l'articolo, le cose si mettono a posto, Spike Lee torna ad essere un buono e tutto il pour parlè è stato per l'appunto un pour parlè. Anche se per inciso aggiunge:

Crediamo sinceramente che l' unico fatto su cui tutti siamo d' accordo è che 560 esseri umani sono stati massacrati dai nazisti. Al di là di ciò, ognuno ha la sua teoria e il suo punto di vista. Questo, semplicemente, è il nostro film.

Che in sostanza vuol dire che secondo Spike Lee e McBride un partigiano ha tradito. Va infatti ricordato che le fasi del processo hanno portato alla luce diverse teorie su come sia nato l'eccidio. E forse su questo punto Bocca e Spike Lee non andranno mai d'accordo.
C'è anche da dire che il film di Spike Lee verrà visto da milioni di persone e quindi milioni di persone potrebbero prendere per buona la versione di Spike Lee della storia. Forse questo è quello che più infastidisce Bocca.


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SOCIETA'
12 novembre 2007
Una storia.
Mi sono imbattuto in un blog tutto particolare. Il titolare è morto il mese scorso a 23 anni. Era tetraplegico, a cuasa di un incidente di macchina dall'età di 5 anni. Nel suo blog ci sono due anni di vita, raccontati in prima persona. Sono raccontati anche i drammatici momenti della fine, scritti dal fratello che vedeva il fratello ormai in condizione disperate.
Questo è il blog.

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CULTURA
24 agosto 2007
Fatti di Reggio Emilia. (Parte 1)
L'ispirazione non è arrivata a caso dal cielo, ma da un testo del cantante degli Offlaga Disco Pax, sentito durante una trasmissione radiofonica.




Ci sono storie grandi e storie piccole. Questa è una storia grande. E’ una storia che racconta di un pezzo d’ Italia nato e morto una quarantina di anni fa, una storia che a soli 15 anni dalla libertà dal fascismo lasciava intravedere ben poche speranze e ben più concreti scenari di lotta civile, che di fatto si verificò e perdurò almeno fino all’inizio degli anni ’80. Questa è una storia di una cittadina, Reggio Emilia, ma è anche la storia dell’ Italia e della politica che la governava. E’, quindi, una pagina non qualsiasi della storia del nostro paese.

Per iniziare il racconto e renderlo il meno pedante possibile, lo si dividerà in piccoli episodi, un racconto d’appendice direbbero Oltralpe. Per iniziare seriamente però, dobbiamo ritornare a quel 1960, ai mesi prima dell’ estate, quando ancora il sangue non aveva drammaticamente colorato le cronache dei giornali e le vite di persone qualunque.

A dispetto di tutto, l’anno 1960 si apre con un particolare entusiasmo: il boom degli anni Cinquanta aveva riempito i portafogli della classe media, le famiglie avevano quasi tutte un’automobile, e la TV faceva le sue prime comparse nelle sale non di lusso. Il 1960 è l’anno del cosiddetto “Miracolo”, dove per miracolo si suole indicare il periodo del sorpasso dei lavoratori industriali sui lavoratori agricoli. Durerà poco il primato: il tempo che l’esplosione dei servizi dia inizio anche nel Bel Paese alla terziarizzazione dell’economia. E’ l’anno del PIL più alto mai registrato e mai più realizzato; all’epoca volavano su percentuali cinesi tra il 7% e l’8% di crescita. Al Sud si assiste a una migrazione totale verso il triangolo economico e sviluppato del Nord (Milano-Torino-Genova), le campagne sono desolate e abbandonate a chi non ha voglia di salire perché troppo vecchio per investire nel futuro. Al Nord c’è lavoro, l’offerta del settore industriale è senza precedenti, al Sud c’è manodopera libera che è allettata da uno stipendio fisso e da un cambiamento delle proprie condizioni di vita. Si va al nord, si lascia tutto, non per scommessa, ma per qualcosa di più reale.

In Parlamento però le cose non sembrano andare per il meglio. C’è una perenne aria di crisi, che portò a ben tre diversi governi nel giro di un anno. E’ il periodo in cui la DC voleva fare tutta da solo, senza appoggi esterni, ma senza appoggi esterni è difficile governare. Ecco allora il succedersi di maggioranze democristiane più orientate a sinistra e maggioranze più orientate a destra, fino a quando, l’8 aprile 1960, succede qualcosa di nuovo. Succede che l’onorevole Tromboni, incaricato di formare il governo ottiene la fiducia del Parlamento con 300 voti, tutti DC con in più il placet del MSI. A 15 anni dalla fine del fascismo torna prepotente il Movimento Sociale, in un ruolo certamente non di primo piano, ma certamente chiave per la governabilità del Paese. E’ il primo governo democristiano aiutato dai fascisti. Agli occhi degli altri partiti, stupore e malumore. In tronco votarono tutti contrari al governo Tramboni. Alla fine fu 300 a 293, e Tramboni divenne Primo Ministro. In realtà la spiegazione di tutto sta nelle parole del cardinale Ottavini rilasciate il 7 gennaio di quell’anno sull’ Osservatore Romano, in cui disapprovava i recenti ammiccamenti dei democristiani coi socialisti, che definisce, parole sue, novelli anticristi. E così, pur di non mischiarsi le mani coi comunisti, la Chiesa stava avvallando un'intesa con un movimento politico nato dalle ceneri del fascismo, che solo 3 lustri prima aveva dittatorato l' Italia.

A Reggio Emilia, arriviamo,.. con calma, ma arriviamo...

(1 - continua..)

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28 giugno 2007
Qualunquismo.
Succede sempre. Ed è successo anche ieri. Eravamo tutti più o meno interessati alle parole di Veltroni, più o meno d'accordo, entusiasti o intimoriti o altro. Non importa. Tuttavia i soloni internauti che non perdono tempo a scrivere di ogni cosa pur di scrivere qualcosa, sono accorsi in massa sotto l'ombrellone della critica di qualunquismo per dire qualcosa contro Veltroni. Sul discorso al Lingotto non si vuole discutere qui, non interessa me che scrivo e me che leggo. E' stato un discorso non vago, ma puntuale, con proposte e fatti, idee e pensieri: cose di cui si può essere o non essere d'accordo. Invece si è tirato fuori il qualunquismo nella sua accezione odierna, cioè di una tendenza a dire e non dire, a non offrire risoluzioni a problemi, a non sbilanciarsi, a parlare navigando nel vago per non scontentare qualcuno e accontetare quasi tutti. Ma anche di questo, poco mi importa.

Mi importa invece ricordare come nacque la parola "qualunquismo", quale fu la sua origine.
Siamo nel 1944, la guerra è lì lì per finire, si iniziano a respirare i primi venti di libertà, il fascismo sembra diventare la pagina nera di una storia nata storta e finita peggio. Nel dicembre del 1944 Guglielmo Giannini fonda la rivista "L'uomo qualunque", volta a riportare alla luce la voce dell'uomo di strada, dell'uomo qualunque per l'appunto, a lungo nascostosi dietro l'ombra del regime. Sembra una svolta democratica, un primo bagliore dopo un periodo buio e fu certamente avvertito così, al punto che il successo della rivista si consolidò fino alle 800 mila copie del 1945. Giannini non era un socialista, era un liberale, non amava la massa, ma di essa o di parte di essa si fece il portatore d'interessi. Accade così che quando divenne  Presidente del Consiglio Ferruccio Parri, "L'uomo qualunque" fece una compagna di contrasto molto forte, al punto che si organizzarono dei circoli di antagonismo al governo chiamati "Amici dell'uomo qualunque" o nuclei qualunquisti. La loro forza era insperata, vivace e capillare, forse perchè raccoglieva il desiderio a lungo latente di fare politica impossibile sotto il regime fascista. Nel giro di pochi mesi la caratura politica e disturbante di questi circoli si fece sempre più evidente al punto da richiedere una riflessione per l'appunto politica, di collocazione politica. L'idea iniziale del fondatore Giannini fu quella di far confluire tutto il movimento nel Partito Liberale, ma il niet di Benedetto Croce fu invalicabile. L'unica altra possibile soluzione era quella di creare un partito nuovo e così fu: nel febbraio 1946 nasce il Fronte dell' Uomo Qualunque. Poche idee ma chiare: nessun intervento dello stato, economia in mano ai privati, liberismo puro, come nelle teorie economiche di Milton Friedman. Con un milione e duecento mila voti, il FUQ diventa in quinto partito nazionale, niente male per un esperimento partito dal basso, seppur con la caparbietà e la lungimeranza di Giannini. L'ispirazione è tuttavia destrorsa, lo si capisce dalle battaglie politiche oltre che dalle idee di base. Continuamente accusato di filofascismo, il FUQ inizia a provare il brivido della decadenza. Quando il FUQ e in particolare Giannini decide di allearsi con De Gasperi per portarsi a casa poltrone e gloria, il movimento inizia a sfaldarsi, fino a sciogliersi qualche anno dopo confluendo in massima parte nel MSI. Finisce qui il Qualunquismo, figlioccio del fascismo, nato forse dalle sue ceneri, ammorbito da aperture verso il mondo non statale, ma certamente radicale in certe sue scelte, sia economiche sia sociali.

Si può leggere qualcosa QUA.

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