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Playlist of the Week.

Considerazioni sparse sui dischi ascoltati questa settimana.

BAD BRAINS, BAD BRAINS (1982)
E' l'esordio dell'incendiaria band di Washington. E' il 1982. In copertina, è disegnato il Campidoglio, sede del Senato americano, colpito da un fulmine. I Bad Brains diretti sul potere, colpiscono e distruggono il simbolo della loro città e della politica. Il tutto nasce dall'idea di un chitarrista di jazz fusion che si ritrova innamorato dei Clash e dei Sex Pistols, più dei primi in realtà. Importa in America i germi della contaminazione punk e reggae, ridisegnando la situazione della scena alternative americana, e fonda i Bad Brains, uno dei massimi esponenti del punk hardcore americano degli anni '80. Va detto poi che i quattro componenti del gruppo sono afro-americani, alle prese con un genere, il punk, che nasce bianco, ma che in America trova le giuste contaminazioni anche con altri modi, finendo a creare un genere nuovo: l'hard-core. Questo debutto è stato pubblicato solo su cassetta/MC. E' una pietra milaire del genere, album assolutamente da avere. Mescola accelerazioni punk, tendenti al metal ("Fearless Vampire Killers") con vari e rilassati inserti reggae ("Jah Calling", "Leaving Babylon", "I Luv I Jah"), il funk metal di "I" con i singoli "Pay To Cum" e "Right Brigade".

BAD BRAINS, ROCK FOR LIGHT (1983)
Al secondo album i Bad Brains continuano a riproporre la risucita formual dell'esordio, coniugando l'hardcore punk con la sua velocità vocale/sonora e il reggae. Permane l'orgoglio di un nero che si ritrova a suonare e cantare un genere prettamente bianco: tale sentimento continuerà nell'ìanthemico "I Against I", che ha però molta più luce, molta più melodia, molta più malinconica.
E' un album che riprende l'innovazione dell'esordio e che manca delle qualità aggiuntive del terzo; per tutto questo, dei tre, è quello meno brillante.

BAD BRAINS, I AGAINST I (1986)
La partenza è orientata decisamente su ambienti più propriamente metal. Lo speed metal procede poi con "I Against I". Insomma con questo album i Bad Brains uniscono il punk hardcore con lo speed metal. Insieme a tutto questo, viene aggiunto anche un tocco di melodia. La stessa titletrack è esplicativa e vale più di altre parole. Poi la melodia e un approccio più rock oriented diventano la colonna vertebrale di pezzi come "Re-ignition", che sussurra quasi di new wave. New wave che continua con "Secret 77", davvero molto british, al limite contagiata da qualche sound plasticoso anni '80. Altra gemma è "Sacred Love", della quale si racconta che sia stata registrata via telefono mentre il cantante si trovava in prigione "I'm in here, you're out there, We know whats right".
Riassumendo: "I Against I" è l'album più maturo dei Bad Brains, nel quale il gruppo sintetizza al meglio l'hardcore punk, la velocità di un cantato quasi rap-metal, le divagazioni melodiche (in questo album più che mai) e certe inevitabili influenze con la new wave. E poi, per fare un po' di storia del rock, la nascita del grunge passa anche da questo album.

BASSI MAESTRO, FOTO DI GRUPPO (1998)
Alla seconda prova Bassi Maestro conferma la qualità della sua proposta musica. Il suo rap è accostabile per certi aspetti alel cose di Frankie HNRG: fatte evidentemente le dovute proporzioni. Nel disco Bassi Maestro scrive e racconta storie un po' malinconiche e decadenti, evidenziando le storture stesse del mondo hip hop ("MC generico", "Emcee") e del mondo in generale ("Il tipo di persona"). E' stato il singolo "Cosa resterà", grazie a un discreto airplaying del video, a far conoscere ancor più il suo nome in giro per la penisola. Il sample utilizzato di qualche secondo è il "Cosa resterà degli anni '80" di Raf. Anche qui siamo in atmosfere malinconiche e nostalgiche, che diventano drammatiche al limite delle paranoie da suicidio in "A Male".

BASSI MAESTRO, BACKGROUND (2003)
Il discorso si fa più compiuto. Così come la mission di Bassi Maestro. Il convergere verso sonorità più pop lo porta a  districarsi in un genere molto americano, poco usuale dalle nostre parti. Le basi non sono troppo orchestrali, troppo elaborate, ma non sono nemmeno grezze e sempliciotte come quelle d'inizio carriera. Una via di mezzo riuscita. Anche le atmosfere sono meno tristi e malinconiche, in favore di una scelta stilistica più varia. Rimane l'ego, l'autoreferenzilità e le liriche sempre condite di critiche su tutto e tutti. Tornando alle basi, cose che si sentono ad esempio nella titletrack non si sarebbero sentite mai in "Foto di gruppo". Con questo album Bassi Maestro importa le cifre stilistiche tipica dell'hip hop americano: a volte il gioco riesce, altre no. Si perde l'inventiva, l'amatorialità e un flow lento e declamatoria, in favore di una posa più delicata, dolce e popolare. E' considerato tra i migliori dischi dell'artista. In realtà piace meno, perchè è molto poco personale. In "Hip Hop Derelicts" appare chiaro l'autoreferenzialità e l'orgoglio da ego e la predilizione per l'America. Molto gangsta rap, anche se mancano basi serie e potenti. Anche "Senza di te" è uno smielato rapping che nel chorus ci mette dentro un po' di soul e qualche rigo di inglese. Troppo poco. E' un album da wannabe, che certamente si distingue dalla media della scena italiana, ma risulta in realtà incompiuto.

BUFFALO KILLERS, BUFFALO KILLERS (2003)
La prima cosa che fanno venire in mente sono i Black Crowes, Kings of Leon e figliocci vari (gli ultiimi che mi vengono in mente sono i Two Gallants). Intensi usi di tastiere hard rock ("San Martine Des Morelle"), chitarrone elettriche e un sound poderoso da rock band del sud. In "SS Nowhere" si aggiungono i suoni sixties dei Cream e dei Rolling Stones. I toni sono quelli del classic rock, la lunghezza dei brani è generalmente sostanziosa per permettere le divagazioni strumentali. "Heavens You Are" è una ballata filtrata da un tocco di psichedelia e avvicinabile per certi aspetti al british touch (che sia Beatles o Jesus & Mary Chain): tra l'altro si dilunga per ben oltre i sei minuti e quindi, sempre per quella cosa dell'inglesità, infleunzata dal folk rock blues prog - definizione complessa, ma che spiega al meglio il brano. "The Path Before Me" è un po' anthemico coro da stadio, un po' hard rock condito di tradizione.
"With Love" è invece una ballad un po' troppo facilotta ("hey you..what would you do.. with my love"). "Children of War" rispolvera Neil Young.

BEIRUT, THE FLYING CLUB CUP (2007)
La band del New Mexico ha da sempre perseguito una personalissima via musicale. Anche inquesto loro secondo disco si ritrovano le deviazioni zingare est-europee e il folk à la Neutral Milk Hotel (Barnes fa parte dei Beirut, tanto per sottolinearne l'influenza, e sono continue ele collaborazioni con A Hawk and a Hacksaw). A questo si aggiunge una buona dose melodica. La via cantautorale di Condon ricalca le strade battute da Conor Oberst e Sufjan Stevens (la splendida corale "A Sunday Smile"). Il cantato di Condon è a tratti marcatamente elegiaco ("Guyamas Sonora"), ma tale da non sembrare manieristico. The Flying Club Cup è l'album della maturità dei Beirut, che sono ormai sulla scia delal completezza sonora dei Decemberists e degli Arcade Fire. Rimangano ancora un gradino sotto i due citati, ma la via è ormai imboccata. In "Cliquot" c'è la collaborazione dei Final Fantasy. L'album è stato scritto prevalentemente in Francia, e sis piegano anche così brani come "La banlieu", "Nantes", "Cliquot", e "Un dernier verre (pour la route)". Coinvolgente il riff acustico dell'ukulele in "The Penality". Rimangono anche gli episodi bandistici (le conclusive "St Apollonia" e "The Flying Club Cup"). Decadente e malinconica la melodia di Un Dernier Verre (Pour la Route).

DAVID BYRNE, GROWN BACKWARDS (2007)
"Glass, Concrete & Stone" e "The Man Who Loved Beer" potrebbero fuorviare l'ascoltatore: brani ben confezionati, certamente pop acustici, ma anche rock con riff melodici e molto apprezzabili. Poi però, con il proseguo dell'album, David Byrne prende direzioni completamente diverse, quasi illogiche considerando l'incipit. Au Fond Du Temple Saint" è pop orchestrale, rivisitazione dell'opera lirica di Bizet, con la seocnda voce di Rufus Wainwright. Il resto del disco snocciola tutte le possibili combinazioni degli elementi considerati prima e Byrne trova un certo equilibrio. Anche "Empire" potrebbe essere un brano pop-rock, invece viene infarcito di fiati e archi rendendolo qualcosa di simile a dei REM alle prese con la musica colta. I Tosca Strings sono la chamber-band che accompagna David Byrne in questo lavoro. L'epica è rappresentata da "Au Fond Du Temple Saint" (dall'opera di Bizet), "Un Di Felice, Eterea" (da Verdi). E' un album maturo e complesso, difficilmente assimilabile in prima battuta, ricco di atmosfere, e sintesi degli amori musicali trasversali di David Byrne - un autore che può fare quello che vuole, che gode di una libertà a dir poco invidiabile, e attraversa ogni campo della musica.

EINSTURZENDE NEUBAUTEN, ALLES WIEDER OFFEN (2007)
Sulla scia dei due precendenti album gli Einsturzende Neubauten continuano a seguire la via melodica. Abbandonati quasi del tutto i rumori e le pause come elemento sonico, ci si imbatte in ballads melodiche come "Nagorny Karabach" e "Ich hatte ein Wort". Rimane qua e là la passata passione per l'industrial ("Weil, weil, weil"), che è stato scelto come singolo dell'album.

Pubblicato il 27/10/2007 alle 18.55 nella rubrica Diario.

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